
Mara sollevò la mappa strappata verso la luce, con la chiave d'ottone nell'altra mano. Oltre l'acqua, la porta restava aperta dello spessore di un dito.
“Allora chi ha fatto il segno?”
“Portate la chiave”, chiamò una voce dalla stretta apertura.
Nella fessura apparve una cresta rosso brace, poi un mantello bianco. “Cindryven. Posso mostrarvelo.”
Neruvon tenne il fianco contro la catena. Bridovar saggiò il ponte tornato in posizione, poi attraversò con Mara e il viandante. Dietro di loro, la creatura rimase sul pianerottolo.
Cindryven aprì la porta soltanto quando tutti e tre l'ebbero raggiunta. All'interno c'era un banco da lavoro coperto di stampi d'argilla e limatura d'ottone.
Mara posò la chiave e la mappa strappata, poi stese accanto il cappotto fradicio. Cindryven confrontò il segno cucito con quello rovesciato sulla carta.
Prese da un cassetto un sigillo d'ottone. Il segno coincideva con la cucitura. Premuto nell'argilla, lasciò il segno rovesciato della mappa.
“Qualcuno ha copiato un'impronta”, disse Cindryven, girando la carta accanto all'argilla. “Non l'originale dell'agrimensore.”
Mara voltò il foglio. “Perché lasciarlo con una chiave?”
Cindryven avvicinò la chiave alla lampada. L'ultima tacca era appena abbozzata.
“Non è mai stata finita.”
Prese da un gancio una chiave corrispondente. L'ultima tacca era profonda e netta.
“Cosa apre?” chiese il viandante.
Cindryven indicò un armadietto di ferro sotto il banco. Accanto era stato rotto uno stampo d'argilla. Ne mancava una metà.
Bridovar abbassò la lanterna. Sulla metà rimasta, Mara riconobbe il contorno della chiave d'ottone.
Prima che Cindryven raggiungesse la serratura, qualcosa raschiò dentro l'armadietto.
Posò entrambe le chiavi.
La maniglia cominciò a girare.
